Venghino, investitori, venghino
L’accordo fra la compagnia petrolifera Rosneft e gli italiani di Saras porta un paio di notizie positive per l’industria italiana. La famiglia Moratti ha ceduto ai russi il 13,7 per cento del pacchetto azionario, incasserà una cifra vicina ai 180 milioni di dollari e potrà mantenere il controllo del gruppo. L’annuncio lunedì ha portato il titolo al livello massimo in Borsa: Saras aveva chiuso il 2012 con una perdita pesante, circa 90 milioni di euro, l’investimento di Rosneft è stato accolto come un segnale più che positivo. E’ l’operazione più significativa che i russi del petrolio abbiano concluso in Italia (lo è anche sul piano dell’immagine: lunedì la notizia è passata in fretta dai blog sulle materie prime a quelli che si occupano di calcio, data la prossimità fra Saras e l’Inter).
8 AGO 20

L’accordo fra la compagnia petrolifera Rosneft e gli italiani di Saras porta un paio di notizie positive per l’industria italiana. La famiglia Moratti ha ceduto ai russi il 13,7 per cento del pacchetto azionario, incasserà una cifra vicina ai 180 milioni di dollari e potrà mantenere il controllo del gruppo. L’annuncio lunedì ha portato il titolo al livello massimo in Borsa: Saras aveva chiuso il 2012 con una perdita pesante, circa 90 milioni di euro, l’investimento di Rosneft è stato accolto come un segnale più che positivo. E’ l’operazione più significativa che i russi del petrolio abbiano concluso in Italia (lo è anche sul piano dell’immagine: lunedì la notizia è passata in fretta dai blog sulle materie prime a quelli che si occupano di calcio, data la prossimità fra Saras e l’Inter). In più, arriva nel momento in cui l’interesse delle compagnie energetiche straniere per il nostro paese tocca il minimo storico (Shell ha annunciato questa settimana che lascerà una parte degli asset italiani, i francesi di Total hanno ceduto a marzo il 25 per cento del giacimento Tempa Rossa, in Basilicata).
Non è per gli interessi dei singoli azionisti, tuttavia, che questo accordo è importante. Rosneft è il più grande produttore al mondo di petrolio e sinora ha concentrato la propria azione in patria, in ottobre per esempio ha raccolto 40 miliardi di dollari per strappare a Bp i suoi giacimenti russi. L’annuncio è una piccolezza a confronto, ma quel che importa è il messaggio. Saras possiede una serie di asset considerati “strategici”, come la raffineria di Sarroch, in Sardegna, che può garantire a Rosneft un peso sul mercato italiano e nel bacino del Mediterraneo. Lo stesso ragionamento ha guidato un’altra società russa, Lukoil, verso la famiglia Garrone per gestire la raffineria di Priolo, in provincia di Siracusa. Insomma, le infrastrutture e la posizione geografica dell’Italia sono ancora considerate un punto di forza per l’attività di grandi compagnie straniere. Certo, è possibile che i nuovi investitori debbano affrontare le proteste di gruppi ambientalisti e magari qualche inchiesta giudiziaria, ma in tempo di crisi prevalgono le prove di maturità collettiva, com’è accaduto domenica a Taranto con il referendum (bocciato) sulla chiusura dell’Ilva.